SINISTRA DEI VALORI, DEI CONTENUTI, DEI COMPORTAMENTI COERENTI.

Il documento.

All’ indomani del voto del 4 marzo e della scelta  assunta da parte della direzione provinciale di Articolo uno, a maggioranza , di confluire nella lista Open FVG,  un gruppo di iscritti ha sottoscritto il seguente documento:

Pordenone, 10/04/2018.

Con questo documento intendiamo avviare una discussione più larga possibile sulle caratteristiche e sulle prospettive della sinistra in Italia e nel territorio Continua a leggere “SINISTRA DEI VALORI, DEI CONTENUTI, DEI COMPORTAMENTI COERENTI.”

Annunci

Serve ascoltare chi ha votato a sinistra e chi ha votato per altri.

L’autocritica non è un atto espiativo; è uno strumento di analisi per evitare di riprodurre dinamiche ed errori. Ed è un esercizio che serve a tutta la sinistra europea.

Le riflessioni gramsciane sull’egemonia nacquero, d’altronde , dalla domanda su una sconfitta epocale;

A sinistra vi siano stati errori ; l’elenco sarebbe lungo .Scaviamo nelle ragioni profonde di questi errori,  prodotto di una mancata autocritica profonda . Sulle ragioni per cui, ad esempio, il Pd non da oggi ha cambiato pelle e sostanza o le grandi forze del socialismo europeo sono divenute impotenti o mere esecutrici delle ristrutturazioni neo liberiste. Continua a leggere “Serve ascoltare chi ha votato a sinistra e chi ha votato per altri.”

Lavori precari e a bassa qualifica.

Risultati “formidabili” rivelati dall’ultimo Rapporto Istat pubblicato il 9 Gennaio, addirittura il maggior numero di “posti di lavoro” da 40 anni a questa parte: tutto va bene, madama la marchesa. E’ veramente così?

Il problema non è quello della veridicità dei dati (nessuno può sospettare che l’Istat divulghi notizie false), quanto quello della loro interpretazione: e qui le note diventano abbastanza dolenti. Tranne poche eccezioni, la gran parte dei commentatori, sia della carta stampata che dei media televisivi o della Rete, si butta a corpo morto sui dati “più positivi“, li assume nella loro espressione “aggregata” (nella gran parte dei casi, senza fare distinzioni in ordine alla loro composizione) e si presta così – talvolta ingenuamente, ma in molti casi con consapevole complicità – all’uso strumentale e propagandistico delle statistiche, che più che all’esultanza dovrebbero indurre alla preoccupazione. Non si tratta di voler guardare il classico bicchiere e giudicarlo mezzo pieno o mezzo vuoto: dietro le statistiche ci sono persone, situazioni esistenziali, sofferenze, problemi vitali, ed è prova di cinismo sociale presentare per assolutamente positivi dei dati che invece, a rifletterci con un minimo di serietà e di onestà (quelle che specialmente i ceti dirigenti dovrebbero imporsi come obbligatorie), contengono molte criticità ed indicano, piuttosto che dei meriti – quelli che i commentatori interessati, politici e governativi, vorrebbero attribuirsi, “manipolando” i dati secondo la loro convenienza -, inadeguatezze e necessità di percorrere strade diverse ed adottare misure alternative a quelle finora praticate.

Non è per un’attenzione eccessiva verso una specifica persona, ma quando si legge che l’ex Presidente del Consiglio Renzi – che è stato al potere per la massima parte della legislatura che sta terminando (i fatidici “1000 giorni“, da lui tanto vantati ma evidentemente con scarse condivisioni) – scrive su Facebook che «Con i dati Istat di oggi si realizza un risultato storico. Da febbraio 2014 a novembre 2017 l’Italia ha recuperato più di un milione di posti di lavoro: 1.029.000 per la precisione (di cui il 53% a tempo indeterminato). Il Jobs Act ha fatto aumentare le assunzioni, non i licenziamenti: il tempo è galantuomo, lo diciamo sempre», non si può non essere percorsi da un moto di indignazione, perché si sa per certo che quelle parole non vengono da uno che non sa quello che dice (lo sa bene, certo), ma corrispondono ad un intento di mascherare la realtà delle cose e di volgerla a proprio vantaggio.

Le ragioni dell’indignazione sono molte, se ne può accennare qualcuna: anzitutto (quante volte lo si è detto?), non sono “posti di lavoro” ma semplicemente “occupati” (basta anche solo un’ora di lavoro in una settimana ad essere definiti “occupati“, come lo stesso Istat scrive nel Glossario: altro che “53% a tempo indeterminato“, come blatera Renzi senza dire da dove deriva quel dato – che in realtà non esiste, basta leggere per davvero i Rapporti Istat per rendersene conto). Renzi,poi, tace sui 152.000 lavoratori autonomi persi in un anno – Prospetto 3 del Rapporto Istat; come sulla perdurante crisi occupazionale della fascia di età 35-49 anni, che in un anno ha perso altri 161.000 occupati – come è avvenuto invariabilmente ogni anno, dal 2014 ad oggi: lo si legge nella successione dei Rapporti Istat -, come evidenziato dal Prospetto 4; come sul fatto che dei 345.000 “occupati” in più in un anno, ben 396.000 – più del saldo positivo – appartengono alla fascia di età 50-64 anni, come da Prospetto 4. Lo stesso Rapporto Istat recita che «La crescita (su base annua) si concentra tra i lavoratori dipendenti (+497 mila, di cui +450 mila a termine e +48 mila permanenti)». Ora non è per pedanteria, ma per dimostrare in modo semplice la “palloneria” del rignanese: se la crescita complessiva di “occupati” è stata, come dice Renzi, “di 1.029.000 unità, di cui il 53% a tempo indeterminato“, vuol dire che gli occupati a tempo determinato complessivi, “da febbraio 2014 a novembre 2017“, dovrebbero essere il 47% (la differenza) di quel milione29.000, quindi 483.000. Senonché, come riportato dal Rapporto Istat, nel solo ultimo anno vi sono stati “450 mila a termine”: si deve allora pensare, e credere, che nei due anni e mezzo precedenti vi siano stati soltanto 33.000 “occupati” a termine, per fare quel totale di 483.000? E’ evidente che il dato proclamato da Renzi è falso.

E poi c’è una questione, tutt’altro che secondaria: quella della qualità del lavoro. In un ottimo articolo di commento su “Il Sole 24 Ore” del 9 Gennaio, Alberto Magnani ha scritto che “Se si dà un occhio ai dati destagionalizzati del terzo trimestre 2017, si scopre che tre fra i settori più in crescita nel segmento dei servizi ci sono «noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese» (+2,5%), «attività immobiliari» (corrispondenti ad esempio al ruolo di agente immobiliare, +2,1%) e «attività dei servizi di alloggio e di ristorazione» (+1,4%)“; riportando uno studio di Emilio Reyneri, sociologo del lavoro all’Università Bicocca di MilanoMagnani aggiungeva che “Un’’indagine basata su dati Ocse ha rivelato che l’’Italia è l’’unico mercato europeo (insieme alla Grecia) dove la ripresa non ha favorito la crescita di professioni ad alto tasso di qualifiche; anzi, in proporzione la domanda di lavoro sembra orientata soprattutto verso il basso“; la conseguenza è che “Professioni a basse qualifiche significa salari scarsi e minore produttività” (e, quindi, minore ricchezza prodotta); inoltre, aggiunge Magnani citando ancora Reyneri, “la diffusione di lavori elementari espone i lavoratori a un maggior rischio di automatizzazione. O, semplicemente, a un minor peso specifico sul mercato del lavoro, con la possibilità di essere rimpiazzati a costo uguale o minore“.

Dunque bisogna chiedersi (soprattutto i responsabili politici dovrebbero chiedersi): è questa l’Italia che vogliamo? Se quella (analizzata da Magnani e da Reyneri) fosse l’occupazione dei nostri figli (o nipoti) – i nostri, quelli di ognuno di noi, non quelli vaghi di una statistica -, ne saremmo soddisfatti? Renzi, per i suoi figli, ne esulterebbe? Già il 20 Dicembre 2016 Marta Fana, eccellente giovane ricercatrice e poi autrice del best-seller “Non è lavoro, è sfruttamento” (Laterza, Ottobre 2017), in una lettera aperta al ministro Poletti(http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/12/20/news/caro-poletti-avete-fatto-di-noi-i-camerieri-d-europa-1.291709), aveva scritto “avete fatto di noi i camerieri d’Europa“: è questo, sono queste le “occupazioni” che desideriamo?

(L’Argine)

Non basta annunciare programmi

Grazie ad una raffica di riunioni e qualche conciliabolo la formazione delle liste è a buon punto. Ma la domanda che aleggia in queste assemblee e sempre una: Che partito si vuo fare? E per chi e per che cosa?  Dove si prendono le decisioni politiche? Come si formano i gruppi dirigenti, che rapporto con gli eletti?

C è una grande arsura tra gli elettori, desiderio inappagato di grande politica utile al paese, di alto profilo e radicata nei bisogni e nelle speranze delle persone. L’elettorato, quello di sinistra, spesso è ed è stato come una carovana nel deserto che dietro quella duna spera di trovare un corso d’acqua ma poi arrivato sul posto lo ritrova secco. C’è un bisogno assoluto di riconquistare la stima degli elettori e di fareun partito serio. Non un contenitore; dove le decisioni siano decisioni di partito e non la risultante di scelte di singoli e di gruppi interni sodali.

 E per questo non basta annunciare programmi. Restano inapplicabili se non riusciamo a ridare cittadinanza a tutti, anche ai ceti popolari ai molti.  Nessun progetto è credibile senza restituire alla democrazia gli strumenti per decidere.

Al fondo c’è l’idea che domina da anni secondo cui la società è poco più che la somma degli individui, E’ da qui che è venuta l’idea di sostituire il partito dei militanti con il partito degli elettori. E’ vero che gli elettori contano perché votare significa decidere. Ma non bastano gli elettori per costruire associazioni, strumenti di partecipazione collettiva, insediamento, cultura, ideologia. Il prezzo che si paga a questa illusione è molto grande. E’ la rinuncia a prendere decisioni che riguardano un futuro comune, gestire bisogni collettivi, a pensare come possibili le vere alternative

Un partito, quindi. Non un assemblaggio di cordate le quali non rappresentano idee ma alleanze essenzialmente elettorali volte quasi esclusivamente a conquistare le cariche elettive (di per sé aspirazione legittima), Una forza che si organizza allo scopo di elaborare attraverso i suoi rapporti con le persone una visione, un progetto collettivo e una idea di società .Diversamente è evidente che non può esistere un grande spazio per la rappresentanza politica di chi sta in basso nella scala sociale. La società diventa “castale” e il partito cessa di essere popolare. La rappresentanza politica finisce così con l’essere affidata solo ai notabili e al ceto politico.

È divenuto un luogo comune la constatazione, verissima, che i partiti di sinistra, moderata o no, si sono profondamente distaccati dai cittadini e innanzitutto dalla loro antica base operaia e popolare e che i loro gruppi dirigenti spesso sono il contrario di esempi edificanti. Ma questa mutazione, che ha radici lontane, non dipende dall’insania di questo o di quello, ma da una modificazione nei cervelli di molti e, innanzitutto, nel cervello collettivo. Così si arriva ad avvalorare un antico ideologismo: la politica altro non è che lotta per il potere tra gruppi di persone i quali usano slogan apparentemente contrapposti come specchietti per le allodole.

La verta novità che si dovrebbe mettere in campo è una politica diversa e un modo di essere diverso, una forza politica che mobiliti il campo di coloro che non sono rassegnati a subire questa deriva. Costruire quello che una volta si chiamava un Partito, cioè uno strumento capace di far uscire il popolo dalla passiva contemplazione, che sia in grado di organizzare la partecipazione popolare alla politica, che dia ai cittadini non soltanto un capo ma gli strumenti per contare, per decidere, per tornare ad essere se stessi: il “nuovo” è questo: è la grande politica, quella che si fa storia e spinge la gente a fare cose non soltanto per sé ma per una idea più grande.

 

  Siamo molto lontani , molto.

Introduzione

La tensione che vive l’Europa, tra la logica dell’austerity e quella del populismo, entrambe ben lontane dai meccanismi della partecipazione democratica, è riprodotta in maniera ancora più accentuata in Italia, dove partiti sempre più deboli si consegnano ad uno  stato d’eccezione permanente